Declino e caduta dell’impero americano

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di Alfred W. McCoy [1] (The Nation, 6 dicembre 2010)

Tra 40 anni l’America farà un atterraggio morbido? Non ci scommetterei su questo. Il crollo degli Stati Uniti come potenza mondiale potrebbe essere più veloce di quanto chiunque si può immaginare. Se washington sta sognando il 2040/2050 come conclusione del secolo americano, una valutazione più realistica delle tendenze nazionali e globali indicano che nel 2025, solo tra 15 anni, potrebbe già essere avvenuto tutto.

Nonostante l’aurea di onnipotenza della maggior parte dei progetti imperiali, uno sguardo alla loro storia dovrebbe farci ricordare che sono organismi fragili. La loro ecologia del potere è così delicata che, quando le cose iniziano a andare davvero male, gli imperi si incasinano con una velocità immaginabile: solo un anno per il Portogallo, due anni per l’Unione Sovietica, otto anni per la Francia, undici anni per l’Impero Ottomano, diciassette anni per la gran Bretagna, e presumibilmente 22 anni per gli Stati uniti, facendo partire il cronomentro dal 2003.

In futuro gli storici saranno propensi ad indicare l’anno dell’invasione lampo dell’Iraq da parte dell’amministrazione Bush, come l’inizio della rovina dell’America. Tuttavia, al posto dello spargimento di sangue che ha contrassegnato la fine di tutti gli imperi passati, con città in fiamme e civili massacrati, nel XXI secolo il crollo imperiale potrebbe avvenire abbastanza tranquillamente attraverso la rete invisibile di un collasso economico o di una guerra informatica.

Ma non ho dubbi: quando il dominio globale di Washington si concluderà, infine ci sarà un doloroso elenco quotidiano di ciò che tale perdità di potere significherà per gli americani in ogni ambito della loro vita. Come una mezza dozzina di nazioni europee hanno avuto modo di scoprire, il declino imperiale tende ad avere un notevole effetto deprimente sulla società, portando almeno una generazione di privazioni economiche. Mentre l’economia si raffredda, aumenta la temperatura della politica, generando spesso notevoli disordini interni.

I dati economici, formativi e militari di cui disponiamo indicano che, per quanto riguarda il potere globale degli Stati Uniti, le tendenze negative si aggregheranno rapidamente nel 2020 e saranno suscettibili di raggiungere la massa critica non al di là del 2030. Il secolo americano, proclamato trionfalmente alla fine della II guerra mondiale, sarà a brandelli e in dissolvenza nel 2025, durante il suo ottavo decennio e potrebbe concludersi entro il 2030.

Nel 2008, il US National Intelligence Council ha ammesso per la prima volta che il potere globale dell’America era davvero in una traettoria declinante. In una delle sue periodiche proiezioni, Global Trends 2025, il Consiglio afferma “Il trasferimento di ricchezza globale e di potere economico, e attualmente in corso, da ovest verso est, non ha precenti nella storia moderna”, e rappresenta il fattore principale del declino degli Stati Uniti con una relativa resistenza, anche in campo militare. Come in molti a Washington, gli analisti prevvedono un lungo e morbido atterraggio, per la preminenza americana a livello mondiale e nutrono la speranza che, in qualche modo, mantengano la loro superiorità militare per i decenni a venire.

Niente da fare. Con le attuali proiezioni, gli Stati Uniti si troveranno al secondo posto, dietro la Cina (che è già l’economia più grande del mondo) nel 2026, e dietro l’India entro il 2050. allo stesso modo, l’innovazione cinese è su una traettoria di leadership mondiale rispetto alla scienza applicata e nella tecnologia militare che verrà conseguita tra il 2020 e il 2030, dato che i brillanti scienziati e ingenieri americani che vanno in pensione, non vengono sostituiti da una nuova generazione impreparata.

Entro il 2020, secondo i piani attuali, il Pentagono lancerà l’Ave Maria militare per il morente impero. Intende effettuare un triplo salto mortale varando un avanzata robotica aereospaziale che rappresenta per Washington l’ultima speranza di mantenere il potere mondiale, nonostante il suo declino economico.

Durante quell’anno però, la rete globale della Cina di satelliti di comunicazione, sostenuta dai super computer più veloci del mondo, sarà già pienamente operativa, fornendo a Pechino una piattaforma indipendente per la militarizzazione dello spazio e un potente sistema di comunicazione per missili e attacchi informatici in ogni quadrante del globo.

Avvolta dall’arroganza imperiale, come fu per WhiteHall o Quai d’Orsai in passato, la Casa Bianca immaginerà ancora che il declino americano sarà graduale, dolce e parziale. Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione del gennaio scorso, ci ha offerto la rassicurazione che “non accetterò il secondo posto per l’America!” Pochi giorni dopo il vice Presidente Biden ridicolizzò l’idea stessa che “siamo destinati a soddisfare la profezia dello storico Paul Kennedy [2] che siamo una grande nazione che non ha avuto successo perchè abbiamo perso il controllo della nostra economia, che è stata sovrastimata”. Nello stesso modo, un articolo comparso nel mese di novembre della rivista dell’establishment Foreight Affairs, il Guru della politica estera neo-liberalista Joseph Nye, ha spazzato via le voci di una crescita economica e militare della Cina, come “una metafora fuoriovviante”, e ha negato che sia in corso un deterioramento del potere globale degli Stati Uniti.

Gli americani comuni, vedendo i loro posti di lavoro che vanno all’estero, hanno un’idea più realistica dei loro leader. In un sondaggio fatto nell’agosto 2010 emerge che il 65 % degli intervistati ritiene che il paese si trovi ormai “in uno stato di declino.” Già ora, tradizionali alleati quali la Turchia e l’Australia utilizzano le armi aeree e navali fabbricate dall’America, per manovre congiunte insieme alla Cina. Già ora, i più stretti partner economici dell’America stanno facendo marcia indietro rispetto alla rivalutazione dello Yen. Appena il Presidente Obama ha fatto ritorno dal suo tour asiatico del mese scorso, un lugubre titolo del New York Times riassumeva l’evento in questo modo: “L’immagine economica di Obama respinta dal consesso mondiale, Cina, Gran Bretagna e Germania sfidano gli USA, sono falliti anche i negoziati commerciali con Seul.”

Vista storicamente, la questione non è se gli Stati uniti perderanno il loro potere incontrastato a livello mondiale, ma se sarà davvero così rapido e straziante. Al posto dei pii desideri di Washington, utilizziamo la metodologia del National Intelligence Council che suggerisce quattro scenari realistici [...] :

Declino economico: situazione attuale.

Oggi esistono tre minacce principali per la posizione dominante dell’America nell’economia globale:  la perdita del peso di economico per la riduzione delle quote di mercato nel commercio mondiale, il declino dell’innovazione tecnologica americana e la fine dello stato privilegiato del dollaro come riserva monetaria mondiale.

Alla fine del 2008, gli Stati Uniti erano già scesi al terzo posto nelle esportazioni di merci a livello mondiale, con appena l’ 11 %, contro il 12 % della Cina e il 16 % dell’Unione europea. Non vi è motivo di credere che questa tendenza si capovolgerà.

Allo stesso modo anche la leadership americana nel campo dell’innovazione tecnologica è in declino. Nel 2008, gli Stati Uniti erano ancora secondi, dietro il Giappone, con 232.000 domande di brevetto, ma la Cina ha chiuso con 195.000 domande di brevetto, con un aumento del 400 % rispetto all’anno 2000. Un ulteriore segnale di declino è rappresentato dall’ultimo posto in classifica degli Stati Uniti rispetto ai 40 Paesi presi in considerazione da uno studio del Information Technology & Innovation Foundation, per quanto riguardava “il cambiamento nella competitività globale basata sull’innovazione” nel decennio precedente. In aggiunta a tutto questo, nel mese di ottobre di quest’anno, il Ministero della Difesa cinese ha presentato il supercomputer più veloce del mondo, il Tianhe-1A, così potente che un esperto americano ha dichiarato che “spazza via l’attuale macchina numero 1 ” prodotta in America.

Aggiungete a tutto questo la chiara evidenza che il sistema educativo degli Stati Uniti, che è la fonte di futuri scienziati e innovatori, è in calo rispetto ai suoi concorrenti. Dopo aver guidato il mondo per decenni, nel 2010 il paese è affondato al 12° posto per titoli universitari tra i 25-34 enni. Il Word economic Forum assegna nel 2010 agli Stati Uniti un mediocre 52° posto su 139 nazioni per quanto riguarda la qualità dell’insegnamento delle materie scientifiche e matematiche.

Quasi la metà dei laureati in materie scientifiche in America sono stranieri, e la maggior parte di loro torneranno a casa e non rimarranno qui, come una volta sarebbe successo. E’ probabile che nel 2025 gli Stati Uniti soffriranno di una carenza critica di scienziati di talento.

Queste tendenze negative sono incoraggiate dalla sempre più aspra critica sul ruolo del dollaro come valuta di riserva mondiale. “Gli altri paesi non soono più disposti a comprare l’idea che la politica economica degli Stati Uniti è la migliore”, ha osservato Kenneth S. Rogoff, un ex funzionario del Fondo Monetario internazionale. A metà del 2009, con le banche centrali del mondo in possesso della astronomica cifra di 4.000 miliardi di dollari in buoni del tesoro americani, il presidente russo Dimitri Mevdeved ha insistito che era tempo di porre fine “al sistema mantenuto artificialmente unipolare” basato su “una ex valuta forte di riserva.”

Simultaneamente, il governatore della banca centrale cinese ha suggerito che in futuro ci si potrebbe trovare con una riserva globale “scollegata dalle singole nazioni (cioè dal dollaro USA)”. Prendete queste come indicazioni del mondo che verrà e, come sostiene economista Michael Hudson, “per accellerare il fallimento dell’ordine finanziario-militare mondiale degli Stati Uniti.”

Declino economico: scenario 2020.

Dopo anni di aumento incessante del deficit alimentato da una guerra incessante in terre lontane, nel 2020, come da tempo ci si aspettava, il dollaro alla fine perderà il suo speciale status di valuta di riserva mondiale. improvvisamente il costo delle importazioni comincerà a volare. Non essendo in grado di pagare il suo enorme deficit, ormai svalutato e costituito da buoni del Tesoro all’estero, Washington sarà costretta a tagliare il suo enorme bilancio militare. Sotto pressione nel paese e all’estero, Washington ritirerà lentamente le forze statunitensi dalle centinaia di basi oltremare riportandole nel perimetro continentale. Allora, però, sarà troppo tardi.

Di fronte alla dissolvenza di una super-potenza non in grado di pagare i debiti, Cina, India, Iran, Russia e altre grandi potenze regionali, provocatoriamente sfideranno il dominio degli Stati uniti sugli oceani, nello spazio e nel cyberspazio. Nel frattempo, con alti prezzi, disoccupazione in costante aumento e una continua diminuzione dei salari reali, le divisioni interne si allargheranno in violenti scontri e dibattiti che dividono spesso oltre le questioni effettivamente rilevanti. In sella ad una marea di disillusione politica e disperazione, un patriota di estrema destra otterrà la presidenza attraverso una scrosciante retorica, chiedendo rispetto per le istituzioni americane e minacciando ritorsioni militari o minacce di rappresaglia economica. Il mondo pagherà con la mancanza di attenzioni la fine silenziosa del Secolo americano.

Shock petrolifero: situazione attuale.

Una causa della perdita di potere economico dell’America è stato il blocco nei suoi confronti delle forniture di petrolio a livello mondiale. La Cina diventerà il primo consumatore di energia al mondo la prossima estate, una posizione che gli Stati Uniti hanno mantenuto per oltre un secolo. L’esperto in campo energetico Michael Klare, ritiene che questo cambiamento significherà che sarà la Cina a “plasmare il ritmo del nostro futuro planetario.”

Entro il 2025 l’Iran e la Russia controlleranno quasi la metà del gas naturale del mondo, che potenzialmente darà loro un’enorme influenza sui paesi europei affamati di energia. Aggiungiamoci anche le riserve di petrolio e, come ha messo in guardia il National Intelligence Council, in soli 15 anni questi due paesi, la Russia e l’Iran, diventeranno paesi leader nel campo dell’energia.

Nonostante la notevole ingegnosità, in questo momento le potenze petrolifere sono i grandi bacini di drenaggio delle riserve petrolifere a facile estrazione e a buon mercato. La vera lezione del disastro di Horizon, nelle acque profonde del Golfo del Messico, non sono stati gli insufficenti standar di sicurezza della BP, il semplice fatto che, per mantenere in alto i suoi profitti, uno dei giganti dell’energia non aveva altra scelta che cercare quello che Klare chiama “tough oil” (petrolio difficile da estrarre) a km sotto la superficie del mare.

Ad aggravare questo problema, improvvisamente gli indiani e i cinesi diventeranno presto i più grandi consumatori di energia. Anche se le forniture di combustibili fossili dovesse rimanere costante (ciò non avverrà), la domanda, e quindi i costi, aumenteranno in modo significativo. Altri paesi sviluppati stanno affrontando con determinazione questo problema attraverso programmi sperimentali per sviluppare fonti energetiche alternative. Gli Stati Uniti hanno intrappreso un percorso diverso, facendo troppo poco per quello che riguarda le fonti alternative, mentre, negli ultimi due decenni hanno raddoppiato la loro dipendenza da petrolio straniero. Tra il 1973 e il 2007, le importazioni di petrolio sono aumentate dal 36 % al 66 % dell’energia consumata negli Stati Uniti.

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